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M.I.A Musei Inclusivi Aperti. Diciotto ragazzi portano il Museo in città

Per la prima volta, il museo esce in città.

Diciotto ragazzi, tra cui giovani in condizione di fragilità e a rischio esclusione, sono stati formati come mediatori culturali, e a partire da ottobre diventeranno protagonisti della nuova azione educativa dell’Istituzione Bologna Musei sul territorio. Si occuperanno dell’ideazione e conduzione laboratori per bambini ragazzi e adulti e molto altro.

Abbiamo raggiunto Anna Caratini, Presidente di “Senza titolo” srl e affidatario – insieme a Aster e Tecnoscienza- dei Servizi educativi e di Mediazione culturale di Istituzione Bologna Musei, per farci raccontare come sta procedendo un progetto dal carattere fortemente innovativo e come cambiato a seguito di questa emergenza.

Attraverso il vostro progetto viene fatto un ulteriore passo avanti in un’ottica di un welfare culturale e comunitario, chiamato a contrastare la povertà educativa e fortemente ispirato all’idea che la cultura possa essere utilizzata come leva per l’inclusione sociale e possibile opportunità di crescita occupazionale. In cosa consiste il progetto e come è stato concepito?

“L’RTI “Senza titolo”, Aster e Tecnoscienza – affidataria dei Servizi educativi e di mediazione culturale – lavora a servizio dell’Istituzione Bologna Musei, condividendone indirizzi, obiettivi e metodi con l’intento comune di promuovere e sostenere un’idea di città educativa, inclusiva e accessibile dove i musei sono un presidio del territorio, agenzie formative in grado di esercitare il ruolo di mediatore, favorendo l’incontro tra la cultura e i cittadini.

L’azione educativa ha come principale obiettivo quello di avvicinare ai musei pubblici differenti per età e provenienza ed è articolata in modo da offrire un’adeguata accoglienza dell’utenza, creando le migliori condizioni per un’esperienza accessibile e appagante che presti attenzione ai valori di accoglienza, integrazione sociale e solidarietà.

Il progetto MIA si inserisce in questo contesto e certamente costituisce un ulteriore passo in avanti dei servizi educativi di IBM in questa direzione, poiché per la prima volta il museo esce in città, si inverte una dinamica consolidata, si inseriscono nuovi attori e nuove competenze; mediatori specificamente formati, condotti e supervisionati da professionisti di consolidata esperienza, realizzeranno azioni concrete sul territorio, dovranno intercettare nuovi bisogni e nuove utenze, progettare azioni educative capaci di offrire nuove possibilità di incontro con la cultura e i suoi luoghi”.

Cosa determina il carattere innovativo del progetto?

“Elemento centrale e innovativo del progetto sono i 18 nuovi mediatori culturali, selezionati tra giovani tra i 18 e i 35 anni, attraverso una call diffusa in prima battuta da “Insieme per il lavoro” poi on line sui siti e sui canali social delle società appartenenti alla RTI; il gruppo è stato selezionato da una rosa di 104 candidati. I 18 hanno terminato a fine giugno la loro formazione e diventeranno protagonisti della nuova azione educativa dell’Istituzione Bologna Musei sul territorio, a partire da ottobre 2020, sperando che la situazione generale torni alla normalità.

I 18 mediatori saranno impegnati nella ideazione e conduzione di attività laboratoriali per bambini ragazzi e adulti a carattere inclusivo, che si andranno ad affiancare alla tradizionale offerta dei musei; saranno impegnati inoltre in una attività di mediazione nelle sale volta fornire chiavi interpretative e indicazioni di senso affinchè l’esperienza di visita, anche autonoma, possa essere “facilitata” sempre nell’ottica di rendere il patrimonio culturale cittadino più accessibile e l’esperienza culturale gratificante”.

La genesi del Museo Civico – Federico Manzone

Come si è trasformato a seguito di questa emergenza?

Dopo la prima fase di selezione dei 18, il corso di formazione ha preso avvio il 12 febbraio (terminerà il 26 giugno 2020); 620 ore di formazione. L’emergenza COVID 19 ha modificato notevolmente l’impianto del piano formativo costringendoci dopo poche settimane ad attivare una classe virtuale e a svolgere tutte le lezioni a distanza. Gli interventi si sono articolati in sessioni di studio del patrimonio dell’Istituzione Bologna Musei, esercitazioni assegnate singolarmente o a gruppi, lezioni e dibattiti in videoconferenza, simulazioni di progettazione e restituzione orale (sempre tramite videoconferenza), workshop. A partire da questa situazione abbiamo rielaborato le modalità di insegnamento e di formazione pratica, adattando le attività proposte agli strumenti offerti dalla didattica a distanza. Una vera sfida di creatività e impegno, sia per i formatori sia per i discenti, che in questo periodo così difficile sono stati supportati costantemente dai tutor attraverso colloqui personali e di gruppo.

I 18 mediatori stanno ora svolgendo un periodo di tirocinio presso Centri estivi dell’Istituzione Bologna Musei”.

Quali sono le difficoltà maggiori?

“Le difficoltà maggiori sono state quelle che hanno coinvolto tutti, l’incertezza e lo sgomento iniziali, la necessità di riprogrammare completamente una azione così complessa e tutto il lavoro che ci sta dietro. Siamo comunque riusciti a non fermarci e a creare un gruppo coeso, forte delle competenze di ciascuno, determinato a portare avanti una proposta educativa innovativa capace di incidere positivamente sul tessuto cittadino”.

Quali competenze vengono sviluppate e con quali obiettivi?

“Il piano formativo è articolato in modo da sviluppare competenze per un’azione condivisa di didattica intermuseale con finalità inclusiva e una specializzazione sulla mediazione culturale di sala.

Il lavoro dei mediatori nei musei e sul territorio, sarà contraddistinto da un approccio inclusivo, da specifici obiettivi educativi, specifiche modalità di comunicazione e specifiche strategie operative che determineranno il carattere innovativo dell’azione educativa, a completamento e integrazione dei servizi educativi esistenti.

In linea generale la formazione è stata articolata in 5 nuclei tematici: storico/teorico, metodologico/esperienziale, rete e territorio, progettuale, workshop

I ragazzi hanno realizzato anche il logo del progetto, partendo da quali suggestioni e seguendo quale filo rosso?

“Il logo del progetto è nato all’interno di un workshop Tecnico pratico partecipato svolto online con i discenti secondo il metodo World Cafè. E’ stato chiesto loro di rispondere a due domande: definire cosa significasse per loro MIA – Musei Inclusivi Aperti in cinque parole e, sulla base di queste, scegliere tre immagini che lo rappresentassero. Le parole emerse facevano riferimento a concetti chiave come accessibilità, interazione, dialogo, scambio ma anche futuro e identità. Per questo, al momento della scelta delle immagini, quella che più ha colpito i discenti è stato un lavoro a ricamo di Maria Lai, Tenendo per mano il sole, che ben rappresentava l’idea di legame ed energia. A partire da questo materiale, la nostra grafica ha elaborato tre diverse proposte che poi sono state votate e modificate secondo i suggerimenti cromatici e formali dati dai 18 mediatori”.

Sono stati coinvolti professioni, cultori della materia ed esperti sia afferenti all’Istituzione Bologna Musei sia alla rete dei servizi alla cittadinanza, afferenti al Comune di Bologna, che contraddistinguono il territorio bolognese. In che modo e con quale ruolo?

“Uno degli obiettivi della formazione era far conoscere in modo il più possibile diretto il contesto cittadino in cui il progetto MIA deve inserirsi in modo efficace. Fondamentale è stato l’incontro con i musei e i sevizi educativi territoriali. Tutti i professionisti coinvolti, intervenuti come docenti, hanno contribuito alla formazione teorica dei 18 mediatori, ma sono stati anche testimoni di quanto la città offre e propone a servizio dei cittadini per contrastare la povertà culturale e il disagio sociale; i loro interventi hanno stimolato riflessioni e temi poi rielaborati nel corso di attività pratiche laboratoriali finalizzate ad allenare la capacità di progettare azioni concrete capaci di rispondere ai bisogni reali”.

Particolare attenzione è stata inoltre riservata al lavoro di rete. Perché è così importante?

“L’idea della costruzione di una comunità educante costituisce l’orizzonte di senso dell’intero progetto e per far parte di questo processo i 18 mediatori devono potersi inserire efficacemente nel tessuto cittadino, per assumere il ruolo di promotori e ambasciatori di una proposta nuova, che vuole offrire occasioni di incontro e narrazione di sé anche in relazione agli altri, attraverso esperienze al museo, a partire dall’utilizzo del patrimonio culturale come strumento educativo e inclusivo. Solo attraverso una collaborazione diretta con la rete dei sevizi territoriali sarà inoltre possibile individuare l’utenza a cui rivolgere le attività previste dal progetto e i bisogni.

Obiettivo comune a tutti i soggetti coinvolti è attivare pratiche di coprogettazione e confronto su temi e metodi che dovranno caratterizzare le attività proposte, in modo da favorire la creazione di una staffetta culturale, dove a seguito del lavoro dei mediatori anche il pubblico coinvolto nelle attività diventi a sua volta testimone e narratore di esperienze nell’ambito della propria comunità di riferimento”.