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Scuola di Azioni Collettive

“Il futuro è un fatto collettivo”. Intervista a Chiara Sponza e Luca Padova

Il modello della Scuola di Azioni Collettive parte da una premessa importante: andare oltre il singolo progetto per avere una visione complessiva e urbana, guardando al lungo periodo.

Dopo colloqui di approfondimento con ciascuna delle 32 comunità selezionate dal bando lanciato da Fondazione per l’Innovazione Urbana in collaborazione con il Comune di Bologna, si sono conclusi ora i laboratori di immaginazione collettiva, coordinati dalla Fondazione Innovazione Urbana in partnership con Baumhaus: cinque appuntamenti per consolidare il posizionamento di ogni progetto all’interno di una visione collettiva, individuare alleanze, rafforzare la realizzabilità dei progetti, mappare bisogni e risorse, definire gli indicatori di monitoraggio. A questo programma si aggiunge un incontro dedicato ad approfondire le principali tematiche relative ai finanziamenti europei PON Metro, ai quali hanno accesso solo alcuni dei progetti selezionati.

Per tutto il 2021 i 32 progetti ad alto impatto sociale, economico, ambientale e culturale selezionati dal bando saranno accompagnati in un percorso innovativo di supporto con moduli di formazione, approfondimenti tematici e finanziamento. Un percorso che ha l’obiettivo di promuovere e dare continuità nel tempo ad esperienze di imprenditorialità sociale e attivismo che, dal basso, rispondono ai bisogni e alle disuguaglianze, soprattutto in zone ad alta fragilità della città.

Abbiamo raggiunto Chiara Sponza di Fondazione Innovazione Urbana e Luca Padova, co-founder di Baumhaus per un confronto e uno scambio sul modello innovativo adottato dalla prima fase della Scuola di Azioni Collettive.

Foto di Margherita Caprilli per Fondazione Innovazione Urbana

 Una delle grandi innovazioni di Collettive è la fase di formazione dedicata alle comunità selezionate. Come avete costruito il percorso attraverso cui accompagnerete le comunità a sviluppare la propria idea progettuale e quale l’aspetto innovativo?

Chiara: “Abbiamo voluto proporre un approccio che potesse dare qualcosa di più rispetto alla “semplice” partecipazione ad un bando, fornendo l’occasione di avere del tempo per approfondire il legame con il territorio, i bisogni a cui l’idea si proponeva di rispondere, per darle la possibilità di evolvere. L’abbiamo fatto partendo dall’esperienza maturata in questi anni di sperimentazione e di conoscenza del territorio grazie ai Laboratori di Quartiere, con l’approccio dell’immaginazione civica. Come supportare progetti ed idee accomunate dal modo innovativo con il quale rispondono realisticamente ai nuovi bisogni del territorio, emersi anche durante l’emergenza da COVID-19? Con la Scuola di Azioni Collettive stiamo disegnando un passo in avanti: dall’immaginazione civica, cioè da approcci che favoriscono l’ingaggio e il coinvolgimento nei processi di partecipazione cogestione delle sfide urbane, passiamo all’immaginazione collettiva: la sfida non è solo quella di “spacchettare” la propria idea, ma rimetterla in discussione per creare alleanze, così da renderle più forti. Abbiamo lavorato affinché ogni idea progettuale venga vista con occhi diversi, cercando di creare dei punti di contatto e contaminazione con le altre comunità”.

Luca: “La prospettiva – e la scommessa – che come Baumhaus abbiamo voluto portare al percorso di formazione dedicato alle comunità selezionate è sicuramente quella di chi si trova solitamente dall’altra parte dei bandi: presi dalle necessità quotidiane e dalla urgenze che ogni organizzazione si trova a dover affrontare, crediamo infatti sia estremamente importante trovare il tempo e lo spazio per ragionare sulle proprie proposte, mettendo a fuoco i bisogni cui si vuole rispondere, le modalità per farlo e le alleanze strategiche, anche inedite. Questo anche per puntare a un cambiamento durevole e sostenibile, da tutti i punti di vista. Ma la prima fase di formazione – gli incontri di immaginazione collettiva – sono stati anche occasioni di scambio e di confronto tra le comunità: raccontare la propria idea ad altre comunità rappresenta un esercizio di chiarezza e di crescita, anche per capire quale linguaggio utilizzare per raccontarsi a chi non ci conosce! Ovviamente una delle dimensioni di innovazione maggiore di questo percorso è l’approccio collettivo alla formazione, dove non ci sono maestre/i ma professioniste/i che con competenze, esperienze e attitudini differenti possono dare un grande valore aggiunto al percorso. Proprio per questo abbiamo coinvolto Kilowatt e Guglielmo Apolloni”.

Il metodo che avete scelto per la formazione è fortemente innovativo e unisce l’approccio dell’immaginazione civica al design thinking. In che modo? Quali strumenti state progettando?

Chiara: “L’Ufficio Immaginazione Civica lavora giorno per giorno in forte connessione con il territorio con una struttura metodologica che in questi anni si è trasformata e consolidata sulla base dei percorsi che la città ci ha via via presentato, andando ad identificare un approccio lineare: i nostri processi prevedono prima un forte allineamento interno all’amministrazione, poi una lettura delle necessità del territorio insieme ad associazioni e comunità attive, e poi forte coinvolgimento e co-progettazione con la Città. In questo percorso abbiamo cambiato punto di vista: quali competenze servono alle comunità per realizzare i loro progetti? Come muoversi di fronte all’idea di rinforzare capacità e competenze degli attori del terzo settore? La Scuola di Azioni Collettive per noi è un’occasione di crescita perché in modo inedito per una pubblica amministrazione abbiamo realizzato un processo iterativo con metodi e approcci tipici del design thinking, con un set di strumenti chiave che potessero guidare il ragionamento delle singole realtà ad una visione collettiva dei bisogni cittadini. Ci ha guidati l’idea che le progettualità debbano essere più consapevoli dei bisogni dei cittadini a cui si vogliono rivolgere e delle relazioni che tra di loro devono creare.

Con questi obiettivi, abbiamo immaginato un percorso distribuito su quattro appuntamenti, per garantire supporto alla co-progettazione, anche se in modalità digitale. I proponenti, in media circa 70 persone connesse ad appuntamento, hanno infatti avuto modo di lavorare sia in plenaria che in piccoli gruppi, confrontandosi con altri partecipanti in una situazione di scambio e contaminazione reciproca. Grazie all’utilizzo di appositi documenti condivisi, come Miro, i proponenti hanno avuto modo di confrontarsi su uno strumento comune che in molti hanno imparato ad utilizzare incontro dopo incontro, riuscendo così a condividere i propri sviluppi e ragionamenti anche a distanza in una logica di apprendimento tra pari. I temi trattati sono stati diversi: l’approfondimento delle proprie visioni di cambiamento, la relazione con le comunità di riferimento, la riflessione sulle reti territoriali, l’individuazione degli indicatori di monitoraggio, sviluppati per mezzo di tracce – canvas – specifiche. Di particolare rilevanza per il percorso è stato l’approccio del design thinking e l’applicazione di strumenti, come per esempio l’individuazione delle personas, la (ri)costruzione di un’idea progettuale, costruzione della mappa delle alleanze attive e potenziali.  

Sento di aggiungere una riflessione in merito alle diverse età e approcci: di fronte a comunità davvero eterogenee, alcune con forte radicamento territoriale, con giovani, genitori, anziani, persone con diverse origini territoriali, è stato evidente la voglia di condivisione e di attivismo anche di fronte ad approcci e strumenti inediti. Si tratta di un bagaglio che le comunità si porteranno anche al termine del nostro percorso: nell’ideare soluzioni nel quotidiano, nel ripercorrere la strutturazione dell’idea dall’identificazione della sfida, nel monitoraggio dei risultati delle singole azioni previste; c’è un modo nuovo di essere attori che concorrono alle sfide urbane”.

 Luca: “Oltre a quanto già detto da Chiara il percorso di formazione ha come filo conduttore il tema dell’impatto, ovvero l’opportunità per tutt* di mettere al centro delle proprie attività una visione di cambiamento positivo, che guarda lontano nei contesti in cui si agisce. Questo significa mettere al centro i futuri possibili che si possono generare, con le proprie comunità di riferimento e a livello urbano, immaginando opzioni alternative che magari non erano ancora state previste. L’orientamento all’impatto rappresenta sicuramente uno dei portati di Kilowatt all’interno del percorso di formazione, una realtà che a Bologna e in Italia lavora da anni su questo tema partendo dall’approccio metodologico della Teoria del Cambiamento.

Immaginazione civica, design thinking, progettazione a impatto, il vincolo delle scadenze e dei bandi da approfondire e compilare, anche negli aspetti amministrativi, sono stati quindi il punto di partenza per la creazione di strumenti inediti, creati ad hoc per supportare i progetti in questa fase e pensati per essere utilizzati online, sviluppati ed approfonditi anche dal punto di vista teorico nei momenti iniziali di ogni appuntamento, le cosiddette input session.  Infine la necessità di organizzare incontri e strumenti a distanza è stata anche l’occasione per conoscere strumenti di lavoro collaborativo online quali Miro, oltre all’ormai noto Zoom”.

Non subire i cambiamenti di questo secolo, ma agire come comunità per migliorarsi. Qual è la vostra “visione collettiva”? 

Chiara: “L’esperienza che stiamo portando avanti è la prova che i grandi cambiamenti si possono affrontare anche per mezzo di piccole sfide ma solo con grandi alleanze collettive. Abbiamo la fortuna di relazionarci con un territorio che ha delle potenzialità uniche, sulle quali vediamo possibile fondare processi di trasformazione della città e azioni di risposta ai suoi bisogni reali, partendo dalle disparità inasprite anche a causa della crisi che ci siamo trovati ad affrontare. La visione collettiva è affrontare tutto questo insieme: dare centralità e risorse alle reti che si sono create e rafforzate autonomamente può essere la risposta dell’Amministrazione Bolognese? Noi pensiamo di si, supportando progetti mutualistici e solidali che nascono dal basso per attivare nuovi modelli di welfare di comunità e di impresa sostenibili”.

Luca: “Con il rischio di essere ridondante, una visione cui siamo molto legati è che il futuro è un fatto collettivo: più persone, più comunità riusciamo a coinvolgere attorno a un’idea di cambiamento maggiori sono le possibilità che questo si realizzi. E per farlo è necessario mettere in connessione linguaggi, esperienze e storie differenti; superare i binarismi e le contrapposizioni dualistiche; rafforzare la consapevolezza che – ancora di più in questo momento di crisi – solo pratiche mutualistiche sono in grado di generare maggiore benessere, per tutt*”.

Intervista di Silvia Santachiara

Qui l’intervista a Veronica Ceruti e Michele d’Alena sulla visione della Scuola di Azioni Collettive

Qui i 32 progetti selezionati