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LXL. Leggere per Leggere Bologna

Un progetto per formare esperti ed esperte di educazione alla lettura. Intervista ad Hamelin

In Italia ancora non esiste una figura professionale riconosciuta che si occupi di avvicinare le persone alla lettura.

A dare vita ad un progetto per formare esperti ed esperte di educazione alla lettura attraverso un percorso di formazione retribuito rivolto a 12 giovani inoccupati, è Hamelin Associazione Culturale, nata nel 1996 da un gruppo di pedagogisti ed esperte di letteratura per l’infanzia, fumetto e illustrazione

Il progetto si chiama “LXL. Leggere per Leggere Bologna” , è coordinato dal Patto per la lettura Bologna e per la prima volta vengono messe insieme eccellenze nelle diverse arti e forme narrative, molteplici mestieri che ruotano attorno al libro ma anche esperienze improntate alla mediazione e all’inclusione di fasce più fragili della popolazione, per contribuire così al processo di rigenerazione di comunità connotate da fragilità e alla promozione della lettura come atto di partecipazione e incontro

A metà novembre avevano lanciato il bando e alla chiamata si sono presentate 110 persone, soprattutto molto giovani.

Abbiamo raggiunto Hamelin per farci raccontare la loro realtà e il progetto

Foto di Margherita Caprilli – Maschere di Marco Libardi

Avete lanciato un progetto, rispondendo ad un bando Pon Metro, per formare un nuovo profilo professionale, l’educatrice/educatore alla lettura. Chi è l’educatore alla lettura?

Da oltre vent’anni giriamo l’Italia per incontrare ragazze e ragazzi, e chi con loro lavora a scuola, in biblioteca, nell’extrascuola. Ma quando qualcuno ci chiede che lavoro facciamo è sempre molto complicato dare una risposta: è vero che il nostro è un lavoro che ci siamo inventati (e che ci inventiamo ogni giorno), ma parte da una questione di base, cioè che in Italia non esiste una figura professionale che si occupa di avvicinare le persone alla lettura, intendendo con lettura non tanto la fondamentale capacità tecnica di decrittare i segni scritti, ma quella di saper (e voler) entrare in un testo, comprenderlo e apprezzarlo – o no – nelle sue caratteristiche formali, nei mille prolungamenti possibili, nel sentirlo come parte della propria identità. L’idea di educatore/promotore ed educatrice/promotrice (con tutte le ambiguità che questi termini comportano) quando esiste è legata esclusivamente al volontariato, e questo è un problema: figure naturalmente importanti, quelle delle tante persone di buona volontà che dedicano il loro tempo a leggere con i bambini e le bambine, ma è necessario, come in ogni campo, che ci siano professionisti formati e consapevoli.

Siamo convinti che per “educare” alla lettura sia vitale sapersi muovere tra diversi campi, incrociare competenze che vanno da quelle specifiche sui diversi linguaggi dell’arte, della narrazione e della comunicazione, a quelle pedagogiche, intendendo queste ultime come capacità relazionali e soprattutto maieutiche: qualcuno che sappia tenere al centro l’opera e chi la legge, aprendo strade molteplici di possibilità e significati.

Ci sembra soprattutto che nel nostro paese ci sia una divaricazione netta tra chi fa teoria e chi si dedica alle pratiche, e che siano pochissime le esperienze in cui questi due sguardi si intrecciano e sostengono a vicenda.

In Italia questa figura ancora non esiste, perché invece è così importante e ce n’è così bisogno?

In altri paesi esistono figure riconosciute di “facilitatori”, che stanno a metà tra l’oggetto libro e i soggetti che lo potrebbero leggere; ed esistono addirittura “ambasciatori della lettura”, che sono spesso grandi personaggi cui per un certo periodo di tempo è affidata dall’alto la missione di promuovere la lettura tra le generazioni più giovani. Da noi qualche piccolo tentativo territoriale si sta facendo, ma siamo lontani dal riconoscere (e magari sostenere economicamente: i fondi sono perlopiù legati a piccoli e brevi progetti finanziati da biblioteche pubbliche e sempre più raramente da scuole) chi opera o vorrebbe operare in questo settore.

6 italiani su 10 dichiarano di non leggere nemmeno un libro all’anno, una media poco invidiabile più o meno costante negli ultimi venti anni (prima era peggio, non è mai esistita un’età dell’oro, come spesso si pensa!), e tolti gli ultimi anni con qualche fondo a disposizione del Centro per il Libro e la Lettura non c’è mai stata una strategia per provare a cambiare rotta. Basti pensare alla situazione in gran parte disastrosa delle biblioteche scolastiche, che se ci sono, sono relegate all’ultima stanza disponibile nel plesso scolastico, chiuse o quasi, con libri molto vecchi e mal tenuti, e spesso totalmente incoerenti con il luogo e i supposti destinatari. In generale siamo una società che continua a ripetere alle nuove generazioni che leggere è importante, ma in qualsiasi atto dimostriamo il contrario: non c’è riflessione minima sul leggere, non c’è nemmeno un tempo dedicato alla lettura, e le biblioteche non possono continuare a fare miracoli. Nel paesaggio quotidiano il libro e la lettura sono un’assenza totale, eppure continuiamo a criticare i giovani (che, per quanto poco, leggono ben più degli adulti) per la loro disattenzione nei confronti della lettura.

La sola esistenza di qualcuno che abbia la funzione, ufficiale e riconosciuta, di portare il libro, significa che leggere può far parte della vita. E se quel qualcuno è preparato può portare alla svolta in tante vite.

Avete selezionato 12 ragazzi inoccupati che potranno seguire un percorso di due anni retribuito. Come è strutturato?

Intanto va detto che la selezione è stata durissima, ma questa, al di là della fatica e della difficoltà per noi e della delusione per chi non è riuscita/o ad entrare, è anche una bella notizia: si sono presentati per quei 12 posti 110 persone, soprattutto molto giovani, con curricula impressionanti. Colte, attente, appassionate, aperte, con già tante esperienze formative importanti anche a livello internazionale, conoscenze di più lingue e con strumenti che meriterebbero un immediato riconoscimento lavorativo: abbiamo avuto il chiaro senso di una generazione preparata e pronta, ben più di quanto non fossimo noi alla loro età. E anche la netta sensazione che si stia sprecando una generazione, tanti e tante giovani che vanno dai 20 ai 35 anni molto preparati a fare bene gli/le operatori/ici culturali, lavorare in biblioteca, organizzare eventi, che fanno già molto bene questi mestieri ma in una condizione o di continuo volontariato o di Superprecariato, che spesso attendono chiamate per poche ore di lavoro e non hanno la possibilità né di vivere di questo, né di proiettarsi in un percorso lungo, fatto di continuità su un territorio, o su un’età, o su una specifica competenza; e questa frammentazione che sa da continuo tappabuchi, oltre che mortificante, significa anche perdere occasioni di lasciare tracce e portare il proprio contributo al vivere comune.

Il percorso di LXL è fondamentalmente diviso in due fasi: il primo anno sarà quasi esclusivamente dedicato alla parte teorica, in un programma di 300 ore che avranno come docenti tanti/e esperti/e provenienti da diversi mestieri, esperienze, arti. Ci sono moduli sulla letteratura, sulla letteratura per l’infanzia, il fumetto, l’albo illustrato, il teatro, il cinema, i videogiochi, l’editoria, differenti “bisogni educativi speciali”, giocando sempre in ottica multimediale, multidisciplinare, con attenzione alle tante diversità possibili. Vogliamo stare in equilibrio tra le specificità di ogni linguaggio, naturalmente tenendo il centro sulla lettura, e l’idea di complessità e ricchezza di possibilità. In parallelo, ogni volta che l’emergenza sanitaria ce lo consentirà, i/le 12 parteciperanno come osservatori a buone pratiche che i diversi stakeholder coinvolti riusciranno a realizzare sulla città nelle rispettive vite lavorative. L’obiettivo è duplice, da un lato far vivere alcune attività e metodologia, dall’altro mostrare che non possono comunque essere considerate “standard”, perché ogni situazione è a sé e richiede declinazioni particolari: lo studio dei diversi contesti diventerà poi parte importante dello step successivo, quello di coprogettazione sui diversi territori, a stretto contatto con le realtà che lì lavorano e agiscono da tempo.

Nel secondo anno si punterà invece sulla progettualità sul campo: le ragazze e i ragazzi infatti verranno inseriti in territori specifici, all’interno di enti pubblici e privati, con i quali progetteranno attività di educazione alla lettura a partire da bisogni e risorse individuati, per poi realizzarli, sempre con il tutoraggio di persone esperte. Insomma, si apriranno tanti differenti cantieri in molte zone cittadine, in stretta collaborazione con istituzioni e associazioni, per toccare tante differenti esigenze. Sarà centrale in particolare la collaborazione con le biblioteche bolognesi, che saranno tutte riferimento continuo, e con le quali cercheremo di pensare e realizzare piccoli modelli replicabili di risorse (bibliografie multimediali, scaffali tematici, hotspot per lo scambio con la cittadinanza, attività di diverso tipo) per le specifiche realtà in cui sono inserite.

A punteggiare i due anni, ci saranno degli incontri speciali con alcuni “maestri” provenienti da diversi linguaggi ed esperienze, delle masterclass aperte a tutti, ma mirate sulle esigenze e sul programma che i/le 12 corsisti/e stanno percorrendo. Per intenderci, momenti in cui qualche grande del nostro tempo scuota le nostre certezze per rimettere in ballo domande, direzioni, modi di agire.

L’enorme attenzione che ha ricevuto il progetto, la quantità e qualità delle candidature, ci ha fatto anche riflettere maggiormente sull’importanza di lasciare a disposizione di chiunque sia interessato all’educare alla lettura una serie di materiali open source di approfondimento, una specie di diario di bordo su un luogo virtuale con articoli, bibliografie, strumenti di vario tipo, prima prodotti e selezionati dai diversi formatori, poi appena sarà possibile creati anche dai 12 in formazione, in modo che quanto riusciremo a fare con un gruppo ristretto possa rimbalzare e allargare il proprio impatto.

Foto di Margherita Caprilli – Maschere di Marco Libardi

È prevista anche un’attività di indagine e monitoraggio del territorio e dei suoi bisogni. In che modo il vostro progetto si intreccia ai luoghi e alle storie delle persone che li abitano?

Ogni singola progettazione verrà preceduta da una analisi del territorio portata avanti dai 12, che cercherà di incrociare dati già acquisiti in passato (per esempio dalla Mappa della cultura e dalla Mappa delle fragilità, o da inchieste di diversa provenienza già in essere, o dalle tante relazioni già intessute) con nuove domande, interviste, questionari, dialoghi che verranno pensati ad hoc, con un atteggiamento il più possibile aperto e di attenzione ai microcosmi da cui dovremo imparare a farci raccontare, prima di essere noi portatori di storie.

Insomma, le teorie generali devono poi sbattere la testa contro i vissuti reali per reimpostarsi di volta in volta.

Lettura come atto di partecipazione, incontro, attenzione all’altro. Al centro non ci sono solo i libri, ma tutti i linguaggi della narrazione ed esperienze rivolte a gruppi o persone con fragilità o bisogni speciali. In che modo la lettura può contribuire al processo di rigenerazione di un territorio e all’inclusione sociale?

Le modalità sono molteplici. La prospettiva di base è che da ogni arte, da ogni metodologia, così come da ogni diversità, si possa apprendere uno sguardo differente, trasformare la realtà da bidimensionale a prismatica, con la consapevolezza che la complessità può essere certo limite, ma anche punto di forza. Ma abbiamo bisogno di ogni singola esperienza per capire in quanti modi la teoria può diventare atteggiamento reale di attenzione e scambio, e sarà un tentativo continuo da fare insieme: probabilmente è la parte più complicata, perché da un lato significa buttarsi continuamente nella sperimentazione e forse anche nell’azzardo, dall’altro il “fare rete” rischia di rimanere uno slogan ormai trito che troppo spesso rimane sulla carta, perché mettere realmente insieme persone e modi di vedere e fare differenti, è per forza lungo e difficile. Ma è l’unico modo per sperare di ri-generare, che non vuol dire riverniciare, ma porre le basi per qualcosa di nuovo. È anche uno dei motivi per cui abbiamo deciso, pur mirando a toccare fasce diverse della popolazione, di puntare molto su adolescenti e giovani, sia come destinatari che come intermediari: noi abbiamo delle competenze, loro degli sguardi e delle energie che invece che cadere devono essere un’occasione per tutti.

La rete dei partner del progetto è molto ampia. Come sono nate queste collaborazioni e con quale intento? Perchè è così importante fare squadra in un progetto come il vostro?

Abbiamo giocato a fare la mappa del progetto già dall’estate, appena letto il testo dell’avviso PON METRO proposto dal Comune, prima di iniziare a scrivere la nostra risposta. Abbiamo provato ad immaginare cosa sarebbe potuto diventare, a partire dalle nostre peculiarità come Hamelin, una specie di “scuola” ideale che avremmo voluto frequentare, con l’aggiunta di molte cose che stiamo imparando da tante eccellenze del territorio (e non solo) in questi anni. Ci siamo detti che sarebbe servita questa competenza e quest’altra, questo sguardo e quell’altro, con grande attenzione anche a tutto ciò che non fa parte del nostro lavoro, e che richiede quindi qualcuno più esperto di noi; e a quel punto abbiamo messo dei nomi rispetto alle realtà in particolare bolognesi che ci sembravano fondamentali, le abbiamo contattate e incontrate, ci siamo fatti consigliare. Altre ancora nasceranno, perché naturalmente non è affatto detto che siamo riusciti già a mettere insieme tutto ciò che la nostra città offre: siamo partiti dalle sicurezze apprese in più di vent’anni di lavoro a Bologna (che ha sempre cercato comunque di mettere insieme altre realtà: BilBOlbul per esempio è nato e si è sviluppato proprio cercando continue collaborazioni), dal nostro operare e dal nostro essere ovviamente anche pubblico e fruitori del lavoro di altri. Ma una delle forze di Bologna è anche il continuare a scoprire, e il vedere nuove realtà anche molto giovani che nascono come funghi.

Hamelin è nata nel 1996 da un gruppo di pedagogisti ed esperte di letteratura per l’infanzia, fumetto e illustrazione. Qual è il principio che vi guida e perché avete scelto di chiamare questo progetto Leggere per Leggere?

Il primo nucleo è stato quello di studenti che, pur provenendo da diverse facoltà, si sono trovati nello studio di Antonio Faeti, che è stato colui che ha dato dignità allo studio della letteratura per l’infanzia e dell’illustrazione, un gigante forse troppo poco noto rispetto al contributo che ha portato. Ci si trovava lì, si seguivano i suoi corsi, si iniziava ad avere riferimenti culturali in qualche modo comuni, pur magari lontanissimi tra loro, e così abbiamo imparato a cercare indizi per leggere l’immaginario collettivo pescando qua e là, mentre cresceva l’attrazione per letteratura, letteratura per l’infanzia, fumetto, illustrazione. E da quello che era “solo” studio è emersa la necessità di mettere in pratica, incontrare bambine e bambini, ragazze e ragazzi, insegnanti, bibliotecari/e, cercare di intrecciare dimensione estetica e pedagogica, intendendo quest’ultima in maniera più ampia possibile. La bolla è cresciuta rapidamente, sono arrivate nuove persone, altre hanno preso strade differenti. Ma ci teniamo stretti il provenire da mondi diversi, e forse questo sta alla base delle scelte su cui stiamo costruendo Leggere per leggere, e della modalità con cui abbiamo affrontato le selezioni per arrivare ai/alle 12.

Leggere per leggere, al di là del gioco linguistico che mette in luce che l’atto della lettura può consentire una più profonda lettura della realtà, e del possibile fraintendimento opposto per cui va bene tutto purché si legga, è un tarlo che abbiamo da sempre, e che ultimamente sta lavorando in modo ossessivo dentro di noi, forse per reazione a come il leggere è sempre più inteso: anche nelle scelte che si fanno a scuola (ma vale per ogni situazione ed età) sembra quasi che il leggere non sia sufficiente e anzi importante in quanto tale, ma necessiti di altro per poter essere legittimato. I temi per esempio, secondo un’ottica di funzionalità sempre più stretta, spesso pesantemente didascalica, che non ci va più di assecondare. Quindi, sperando che così la nostra ottica sia abbastanza chiara, e facendo leva sull’acronimo LXL che dà forse l’idea di qualcosa non solo di presente ma di ingombrante, abbiamo scelto un titolo-manifesto per questo progetto: si legge per leggere.

Le maschere presenti nelle fotografie le ha realizzate l’artista Marco Libardi per Hamelin

Intervista di Silvia Santachiara