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Abitare la città

“Bici Libera Tutte”. Intervista a Chiara Aliverti di Salvaiciclisti

“È la prima volta nella mia vita che faccio qualcosa solo per me stessa”

Amal ha 48 anni e quattro figli. Arriva dalla Siria e salire in sella è stata una conquista, un simbolo, che le ha permesso di non fermarsi più e di iscriversi poi ad un corso di lingua italiana. “Adesso che ho scoperto di poter imparare ad andare in bicicletta – dice – so che posso fare qualsiasi cosa”.

Insieme a lei c’è Amira. Arriva dal Kurdistan e voleva imparare ad utilizzare la bicicletta per poter pedalare insieme ai suoi figli. Mariam ha appena 18 anni, ha trovato un lavoro in periferia e la bicicletta rappresenta la possibilità di costruirsi un futuro.

Amal, Amira e Mariam sono tre delle venti donne provenienti da diversi Paesi del mondo che hanno partecipato a Bici Libera Tutte, percorso per imparare ad utilizzare la bicicletta rivolto a donne straniere, all’interno del progetto Abitare la città, coordinato da COSPE in collaborazione con Salvaiciclisti Bologna, DAS, Porto15 e Mondo Donna Onlus, e orientato alla costruzione di percorsi di inclusione sociale attraverso due tematiche: l’abitare e la mobilità.

Foto di Margherita Caprilli per Fondazione Innovazione Urbana

Abbiamo raggiunto Chiara Aliverti, attivista di Salvaiciclisti e coordinatrice della parte mobilità del progetto.

Come è nato il progetto Bici Libera Tutte?

Come salvaiciclisti abbiamo iniziato già dal 2017 ad insegnare ai cittadini e alle cittadine ad andare in bicicletta. Poi ci siamo resi conto che una parte della popolazione, in particolare straniera, non aveva accesso alle nostre informazioni sui corsi e quindi non ne era a conoscenza. Così abbiamo pensato di rivolgere il corso nello specifico a donne straniere. Abbiamo fatto ricerca attraverso associazioni che si occupano di accoglienza e ricevuto molte adesioni.

Come è stato strutturato il corso?

L’abbiamo organizzato con lezioni individuali al parco della Montagnola tenute da tutor, chiamati Biciliberatrici e Biciliberatori, appositamente formati anche su tutti gli aspetti legati alla mediazione interculturale. Dynamo invece ha messo a disposizione gratuitamente le biciclette. Dopo una prima parte al parco abbiamo chiesto alle partecipanti di indicarci il percorso che nella loro quotidianità avrebbero fatto più spesso e l’abbiamo percorso insieme. Alla fine abbiamo rivolto una call a tutta la cittadinanza per recuperare biciclette. I nostri ciclo meccanici le hanno messe a punto e abbiamo acquistato le parti mancanti: luci, lucchetto, portapacchi. Ne abbiamo raccolte 30 e a ciascuna partecipante ne abbiamo regalata una.

Chi ha partecipato?

Hanno partecipato 20 donne che nei loro contesti di origine non avevano mai avuto la possibilità di imparare ad andare in bicicletta. I motivi sono diversi: culturali, economici, di contesto. Ognuna aveva una storia completamente diversa.

Foto di Margherita Caprilli per Fondazione Innovazione Urbana

Quale è stato il momento più difficile per voi?

Sicuramente gestire un gruppo così eterogeneo con esigenze completamente diverse. Per le donne con figli era difficile anche riuscire a ritagliarsi un momento per partecipare al corso, non avendo una rete di appoggio.

E per loro?

Il momento in cui c’è una perdita di equilibrio, che è anche metaforica. Alzare i piedi per pedalare è uno scoglio fisico, ma anche psicologico, e anche muoversi nel traffico non è banale. Inoltre, andare in bicicletta per una donna migrante significa esporsi in uno spazio pubblico. Esporre il corpo, in alcune culture in cui il corpo non è molto esibito.

Cosa hanno imparato anche dalla condivisione con le altre donne?

Hanno avuto la percezione di poter far parte di una comunità intorno alla bicicletta. Hanno preso consapevolezza di non essere sole e di poter fare un percorso insieme, togliendole anche dall’imbarazzo di non saper utilizzare la bicicletta,

Cosa portate a casa invece voi tutor da questa esperienza?

Lo scambio, anche molto profondo, con le partecipanti. Condividere paure e timori porta la relazione ad un livello di intimità maggiore. Ma portiamo a casa anche la consapevolezza che si possono abbattere molti stereotipi.

Intervista di Silvia Santachiara per Fondazione Innovazione Urbana

 

Qui vi avevamo spiegato il progetto

Qui il racconto dell’evento finale del progetto