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Scuola di Azioni Collettive

Scuola di Mobilitazione Sindacale: “Puntiamo allo spazio dei lavoratori e delle lavoratrici”

“Siamo quelli che sono stati chiamati ‘lavoratori essenziali’ e poi abbandonati. Siamo quelle a cui fanno un contratto di tre mesi, poi di altri sei e poi ti chiedono di aprire la partita iva. Che lavorano ma fanno comunque fatica a pagare l’affitto. Che hanno deciso di seguire le proprie passioni e aspirazioni con determinazione e coraggio e qualcun altro li ha sfruttati cinicamente. Che lavorano gratis…”

Inizia così il manifesto della Scuola di Mobilitazione Sindacale, realizzata da RitmoLento e selezionata nell’ambito della Scuola di Azioni Collettive di Fondazione per l’Innovazione Urbana.

Una scuola in cui non ci sono maestri, ma domande, esperte che forniscono strumenti, gli altri e le altre, con le loro esperienze e i loro punti di vista.

Martedì 5 luglio è in programma un evento a conclusione di un primo percorso di quattro “lezioni” intitolato L’ultimo giorno di scuola: puntiamo allo spazio dei lavoratori e delle lavoratrici e si terrà al centro sociale Giorgio Costa (via Azzo Gardino, 48) alle 18.30

Interverranno Studenti e studentesse della Scuola di Mobilitazione Sindacale, Michele Bulgarelli, Segretario Generale FIOM-CGIL Bologna, Gaia Stanzani, Segretaria Generale NIDIL-CGIL Bologna e Erika Capasso, Presidente della Fondazione per l’Innovazione Urbana

Abbiamo raggiunto RitmoLento per qualche domanda in vista dell’incontro.

Perché una scuola di mobilitazione sindacale?

L’idea di una scuola di mobilitazione sindacale ha diversi punti d’origine.

Il primo è senza dubbio generazionale: quando nel 2016 decidemmo di aprire il RitmoLento lo facemmo perché – coinvolti nelle trasformazioni che negli ultimi decenni hanno trasformato radicalmente la società – come giovani lavoratori e lavoratici rilevavamo una mancanza strutturale di rappresentanza sociale. Una volta usciti da scuola e università molti e molte di noi si apprestavano a fare i conti con un mondo del lavoro denso di precarietà e con l’impossibilità di programmare il proprio futuro. Per questo il tema del lavoro e dell’organizzazione nel lavoro ha fin dall’inizio innervato in modo urgente la nostra discussione.

Il secondo punto è di metodo: nonostante il problema fosse riconosciuto, come generazione facevamo fatica a riconoscerci all’interno delle pratiche classiche delle organizzazioni sindacali, garanti della contrattazione all’interno dei luoghi di lavoro. Il lavoro era mutato radicalmente, estendendosi in nuove forme precarie e fuori dai luoghi canonici della produzione. Eravamo molto più frammentati che mai e incapaci di riconoscerci come portatori e portatrici di istanze comuni. La cultura sindacale e dei diritti era ai minimi storici anche a causa di un’opera di delegittimazione del sindacato nel dibattito pubblico e nello stesso si riscontravano i limiti di lettura della realtà che hanno limitato l’azione delle organizzazioni sociali in questi anni. Per questo pensavamo servisse creare una campagna di riconoscimento dell’importanza del sindacato anche fuori dai luoghi di lavoro. Creare cioè spazi sicuri per tutte e tutti coloro che un sindacato non lo avevano mai visto, dove incontrarsi nelle differenze e riconoscersi, a partire da elementi biografici e dall’esperienza personale, in modo orizzontale in quanto “soggetto sociale” capace di esprimere un punto di vista sul mondo e di farsi riconoscere dal resto della città e della società. La vertenza di Riders Union Bologna, nata nel circolo, è stata un esempio emblematico in questo senso, culminata con la carta dei diritti digitali nel contesto urbano.

La scuola di mobilitazione nasce dunque proprio per questo: mettere al servizio delle lavoratrici e dei lavoratori invisibili e “inorganizzabili” nella nostra città uno spazio per riconoscersi a vicenda nelle differenze (contrattuali, di settore, di orario et al.), utilizzare i punti in comune come leva per siglare un patto di solidarietà e puntare coalizzandosi ad acquisire conoscenza e cultura sui temi sindacali e ad uscire dall’invisibilità.

Una scuola in cui farsi domande, ascoltare esperti, condividere con gli altri le proprie esperienze. Quali sono le domande da cui siete partiti? E quali quindi i temi affrontati fino ad ora?

I temi da affrontare nel corso della scuola sono stati oggetto di una lunga discussione. Volevamo evitare di rinchiuderci all’interno di una proposta specialistica sugli strumenti sindacali o in un’impostazione seminariale e frontale. Speravamo, al contrario, di individuare dei nodi tematici generali e trasversali che permettessero a studentesse e studenti di mettere in gioco e a disposizione del collettivo la propria esperienza individuale e di proporre una didattica laboratoriale.

Nello specifico siamo partiti proponendo quattro domande: A cosa serve il tuo lavoro? Quanto vale il tuo lavoro?  Smetti mai di pensare al lavoro? Hai potere sul tuo lavoro?

Domande appunto molto generali ma capaci di cogliere degli elementi esistenziali tipici di questo tempo: il senso di frustrazione connesso all’inutilità della propria mansione descritto da David Graeber in “Bullshit Jobs”, la povertà connessa al lavoro e al fenomeno dei “working poors”, la spirale di competizione e ansia prestazionale tipica del lavoro contemporaneo e in ultimo la questione del potere e del conflitto, l’elefante nella stanza tipicamente evaso.

A partire da queste abbiamo struttura quattro lezioni/laboratori: pillole di diritto del lavoro per avere accesso alle categorie teoriche e agli strumenti tecnici di base; storia del lavoro per contestualizzare la propria condizione all’interno delle trasformazioni globali e di un arco temporale più ampio; lavoro e benessere psicologico inquadrare e scalfire culturalmente l’idea di successo dominante nel nostro modello sociale; azione sindacale, per cercare di comprendere la nostra capacità di creare valore con il nostro lavoro, innescare percorsi di solidarietà nei nostri luoghi di lavoro e metterci nelle condizioni di riappropriarci del diritto costituzionalmente tutelato “al conflitto”.

Qual è il filo rosso che lega le storie che avete raccolto? Ce n’è una in particolare?

Le storie emerse sono tante e molto eterogenee. Tuttavia credo ci siano due elementi emersi in modo chiaro: una generale coscienza da parte di tutti della propria condizione di sfruttamento e una generale coscienza di quanto questo non rappresenti solo un problema individuale. Non è un dato scontato anzi, qualche anno fa sarebbe stato impossibile. È però una coscienza figlia di questi ultimi anni di crisi, pandemia compresa. La messa a disposizione di uno spazio sicuro e informale fuori dal lavoro in cui non sentirsi costretti in uno schema aziendale ma in cui essere liberi di confrontarsi in modo partitario e creare una dimensione umana ed emozionale si è dimostrata un ottimo modo per liberare energie sopite.

Quali i feedback raccolti in questi primi incontri?

Molto positivi, tanto che stiamo già programmando di rivederci per organizzarne una nuova edizione!

Alla fine del percorso riunirete quanto emerso in un “Manuale per l’Azione Sindacale da mettere a disposizione di tutte e tutti coloro a cui potrà essere utile. Di cosa si tratta?

In fase di lancio del progetto siamo stati contattati da alcune persone residenti fuori Bologna interessate a prendere parte alla Scuola. Per ovvie ragioni sarebbe stato molto complesso coinvolgerle direttamente, anche perché la costruzione di un contesto di prossimità era un presupposto centrale per la riuscita di questa prima scommessa. In ogni caso le prime quattro lezioni hanno rappresentato un’esperienza didattica e formativa a 360° e ci hanno convito del fatto che gli strumenti e la conoscenza accumulata potessero essere un qualcosa utile anche all’esterno.

Abbiamo quindi lanciato l’idea di un Manuale o un “kit” per l’azione sindacale, una piccola enciclopedia delle domande più ricorrenti, dei pareri e degli interventi dei relatori esterni, delle questioni e degli strumenti che in modo più incisivo hanno caratterizzato il dibattito. Speriamo che questo possa poi essere messo a disposizione di tutti coloro che come noi elaborano domande e cercano risposte, magari nel corso della prossima edizione della Scuola stessa o per renderla replicabile in altri luoghi.

Qual è stato il valore aggiunto di essere stati selezionati nell’ambito del percorso formativo “Scuola di Azioni COLLETTIVE”?

E’ stato fondamentale. E non solo in relazione al contributo economico senza il quale – si capisce – nulla di tutto questo sarebbe stato possibile. In questo senso anche i consigli e la dedizione di chi ci ha seguito sono stati elementi imprescindibili per un progetto interessante ma ancora acerbo e che in alcuni momenti di difficoltà o basso entusiasmo ha rischiato di naufragare, soprattutto in fase di progettazione.

State trasformando tanti “io” in un percorso collettivo di ascolto e organizzazione per il miglioramento delle condizioni di lavoratori e lavoratrici. Cosa vedete domani?

Il senso è proprio questo, l’idea di mettere su una Scuola è stata proprio quella di tentare di ricostruire la prima dimensione collettiva della vita di tutte e tutti noi: appunto la scuola.

Il futuro ci pone sfide molto complesse. La nostra società è attraversata da crisi e fratture profonde. Il lavoro è stato svuotato dal suo ruolo di strumenti di acquisizione dei diritti di cittadinanza, i contratti a termine, precari, atipici, irregolari o comunque poveri continuano ad essere la norma e competizione e frammentazione sono un grande ostacolo all’organizzazione collettiva. Tuttavia come dicevo in precedenza qualcosa è cambiato nel senso comune. Qualche giorno fa mi è capitato di leggere un tweet del Trade Union Congress in cui si diceva che la ricerca su Google dei termini “join union” era aumentata, solo nell’ultima settimana, del 184%.

Nuove ondate di sindacalizzazione stanno sorgendo proprio laddove sembrava impossibile: negli Stati Uniti i lavoratori e le lavoratrici di Amazon, Starbucks, Uber, Apple sono riusciti, nell’ultimo anno, a formare i propri sindacati e anche in Italia ci sono tantissime esperienze che hanno anche preso parte alla Scuola: Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali e Tech Workers Coalition, sono per citarne due. La strada è impervia ma ciò di cui siamo sicuri è che non vogliamo che la Scuola di Mobilitazione Sindacale resti un’esperienza isolata. Vogliamo invece strutturare il metodo e riproporla nel tempo, non per sostituirci al sindacato, ma per essere un suo alleato prezioso in città e nella società fornendo strumenti culturali e organizzativi.

Vogliamo riaprire il nostro circolo (chiuso da febbraio 2021 a causa della pandemia) e candidarlo a diventare uno spazio simbolo dei lavoratori e delle lavoratrici, in cui incontrarsi, riconoscersi e in cui potersi sentire parte di una storia non ancora conclusa. C’è tanto bisogno di sindacato e ce n’è bisogno ora.

Intervista di Silvia Santachiara