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Diciotto ragazzi portano il Museo fuori dal Museo. Intervista a Federica, Francesca e Andrea

“È un progetto Istituzionale dal forte valore sociale, che mette il patrimonio culturale al servizio della società, anche di chi solitamente non ha accesso alla cultura. È bello che i musei escano dai musei per raggiungere la comunità. Per questo abbiamo voluto farne parte”.

Federica Corona, Andrea Sensini e Francesca Musiari sono 3 dei 18 ragazzi, selezionati in base a criteri di fragilità economica e lavorativa, che sono stati prima formati come mediatori culturali e che oggi sono diventati i protagonisti della nuova azione educativa dell’Istituzione Bologna Musei sul territorio, all’interno del progetto M.I.A Musei Inclusivi e Aperti.

Dopo una prima fase di formazione, si sono occupati di attività di mediazione nelle sale, a cui hanno iniziato ad affiancare l’ideazione e la conduzione di attività laboratoriali per bambini e ragazzi nei quartieri di Bologna, mappando il territorio e studiandone i bisogni in collaborazione con le realtà e le associazioni dei territorio.

Stanno quindi portando il Museo fuori dal Museo, promuovendo l’accesso alla cultura per tutti e ribadendo la funzione anche sociale dei Musei come spazi di incontro e partecipazione.

Federica ha 31 anni ed è originaria di Palermo. Vive a Bologna da sei anni. Ha studiato Arti Visive alla Magistrale e sta concludendo la Scuola di Specializzazione in Beni Storici e Artistici. Andrea ha 25 anni ed è marchigiano. Anche lui vive a Bologna da sei anni ed è laureato al Dams alla triennale. Francesca ha 25 anni, vive a Parma. Laureata in Lettere Moderne, ora sta studiando Arti visive alla Magistrale.

Ad accomunarli la passione per il teatro, la letteratura, il cinema. E l’entusiasmo di chi sa di stare facendo qualcosa di importante per la comunità.

Foto di Margherita Caprilli per Fondazione Innovazione Urbana

Perché avete deciso di partecipare e di cosa vi siete occupati in questo progetto?

Federica: “Da due anni lavoro nella didattica museale e l’ho vista come una naturale continuazione, permettendomi al contempo di ampliare le mie conoscenze e raggiungere altre tipologie di pubblico. Dopo il periodo di formazione, che si è concluso a settembre, ci siamo occupati di mediazione di sala, quindi di accogliere il pubblico e essere a disposizione per spiegazioni. Purtroppo è durata un solo mese perché poi i musei sono stati chiusi. Contemporaneamente abbiamo iniziato a lavorare sui quartieri attraverso una mappatura e un confronto con realtà e associazioni del territorio per capire bisogni e necessità e iniziare a progettare attività da svolgere con gli adolescenti. Ognuno di noi è stato inserito in una o più aree museali, io ad esempio nell’area dei Musei di Arte Antica e dei Musei di Arte Contemporanea. Ogni direttore museale ha scelto tre parole per raccontare il relativo museo, dalle quali siamo partiti per creare delle direzioni tematiche che rappresentassero il patrimonio museale e strutturare le attività nei quartieri. Nel quartiere Santo Stefano, in collaborazione con il SEST di quartiere, abbiamo già iniziato con un gruppo di ragazze. Abbiamo selezionato una delle tre parole scelte dal direttore del Mambo, ovvero ‘sperimentare’. Nel corso degli incontri ci siamo quindi confrontate sulla relazione tra quella parola e opere del Museo, per poi passare ad una parte pratico laboratoriale in cui abbiamo lavorato con la tecnica del collage e molte altre”.

Francesca: “Ho deciso di partecipare perché conoscevo già come lavora SenzaTitolo e perché mi piaceva la capacità di mettere il patrimonio culturale al servizio della società e degli ultimi, di chi solitamente non ha accesso alla cultura. È bello che i musei escano dai musei per raggiungere la comunità. Io sono inserita nell’area del Museo Civico Archeologico e sto lavorando nei quartieri Santo Stefano e Savena. Ci siamo concentrati sullo studio delle collezioni e ora stiamo progettando attività laboratoriali a partire dalle parole donateci dalla direttrice del Museo per descrivere il patrimonio archeologico: racconti, frammenti e gesti. In uno dei primi laboratori prenderemo come riferimento la mitologia classica e alcune figure mitologiche per riflettere sulla rappresentazione e la narrazione di sé.

Andrea: “Far parte di un progetto Istituzionale dal forte valore sociale, che vede l’arte come strumento utile al benessere della comunità e del singolo, mi rende molto fiero. Per questo ho voluto farne parte. Io sono al Museo del Patrimonio Industriale e lavoro sui quartieri Navile e San Donato-San Vitale. Per quanto riguarda il quartiere Navile siamo nella fase finale di co-progettazione con le realtà con cui collaboriamo e i laboratori partiranno in queste prossime settimane. Posso dire che per ora i laboratori si concentrano sulla riscoperta della città e del quartiere, del loro presente e del loro passato attraverso le storie narrate dal Museo del Patrimonio Industriale. Decliniamo sempre questi argomenti a livello personale, così da offrire spunti di riflessione, far ragionare i ragazzi su temi a loro molto vicini e creando un rapporto tra essi e il territorio che abitano, in un insieme di narrazioni e attività pratiche”.

 Cosa avete imparato durante il periodo di formazione?

Federica: “La formazione quasi interamente a distanza è stata una bella sfida, ma abbiamo davvero imparato molte cose, raccontarle in poche parole non è semplice. C’è ovviamente una parte di apprendimento che riguarda concretamente il patrimonio museale, le specificità, le strategie e le modalità per raccontarlo, ma penso che tutti abbiamo avuto un arricchimento personale intenso e non saprei davvero da dove iniziare per raccontarlo senza sminuirlo”.

Francesca: “Ho imparato ad assumere diversi punti di vista per confrontarmi con pubblici diversi. La cosa più preziosa e salvifica, essendo stata svolta durante il periodo del primo lockdown, è stato il confronto quotidiano con le mie colleghe e colleghi, e ragionare insieme a loro sui progetti da sviluppare”.

 Andrea: “Sarebbe impossibile dire tutto ciò che ho imparato in quei sei mesi, ma se dovessi sceglierne una direi che per la prima volta mi sono reso conto di quanto i musei e la cultura al loro interno possano avere un impatto e un ruolo attivo e imprescindibile per il benessere della comunità e la società in cui abitiamo. I musei sono spesso visti come Istituzioni statiche e lontane, mentre la verità è tutt’altra”.

Quali sono le maggiori difficoltà e la sfida che state affrontando in un periodo di grande incertezza?

Federica: “Non poter accedere ai musei. Sono consapevole che il periodo abbia richiesto e richiede uno sforzo di comprensione e adattamento, ma sono totalmente in disaccordo con le scelte politiche adottate rispetto alla chiusura degli spazi museali e della cultura in generale. Questa chiusura limita parte del nostro lavoro, personalmente la percepisco come un vuoto e una privazione per la quale non trovo molte giustificazioni. Andare fuori dai musei è parte del progetto e del nostro lavoro, ma non poter portare la gente al museo compromette inevitabilmente una parte dell’esperienza e dello scopo verso cui il progetto tende”.

Francesca: “Progettare senza avere la certezza di quando e come riapriranno i musei. Sicuramente stiamo lavorando in condizioni molto diverse da quelle prospettate inizialmente, per cui a volte è scoraggiante scontrarsi con i limiti di questa situazione. D’altra parte, in un periodo di incertezza, di chiusura di qualsiasi attività, è anche molto stimolante e necessario progettare attività da proporre ad adolescenti, cercando nonostante tutto di offrire loro uno spazio di crescita e di divertimento”

Andrea: “La difficoltà più grande che ci troviamo davanti è data dalla condizione in cui riversano i musei in questo momento. Uno degli obiettivi del progetto MIA è avvicinare le fasce più deboli alle realtà museali, questo lo stiamo facendo senza che gli utenti possano realmente vivere questi spazi. C’è da dire che questo l’avremmo fatto anche se i musei fossero stati aperti, poiché un altro degli obiettivi è far in modo che il museo esca dalle proprie mura. Rattrista pensare alle potenzialità del progetto non sfruttabili in un momento del genere. D’altra parte mi sento privilegiato di poter continuare a lavorare malgrado queste difficoltà, cosa che molti purtroppo non possono dire. Lavoriamo con la speranza che presto potremo fare tutto ciò che ci siamo prefissati al meglio delle nostre possibilità”.

Qual è il valore del vostro ruolo? In che modo avvicinate ai musei pubblici differenti, intercettare nuovi bisogni e progettate azioni capaci di offrire nuove possibilità di incontro con la cultura e i suoi luoghi per rendere più accessibile il patrimonio culturale?

Federica: “Il nostro ruolo, dal mio punto di vista, parte dall’ascolto. Bisogna prima ascoltare i nostri interlocutori, siano essi i direttori dei musei, i responsabili di quartiere, i destinatari diretti. All’ascolto deve seguire anche uno sforzo di immedesimazione per riuscire, o almeno provare, ad offrire un’esperienza onesta depurata dal puro nozionismo e che possa permettere di vivere il patrimonio culturale come uno strumento per conoscere se stessi, capire o anche evadere dalla realtà”.

Francesca: “Il nostro ruolo vuole essere un ponte tra il museo e l’esterno. Non siamo specialisti o esperti dei musei in cui lavoriamo, portiamo una visione diversa del patrimonio. Il nostro modo è quello di considerare il patrimonio dei diversi musei come un pretesto per riflettere sull’esperienza personale dei ragazzi e delle ragazze, su grandi tematiche centrali anche nell’attualità. La modalità unisce sempre la teoria, l’osservazione e la riflessione delle opere, ad una parte laboratoriale/pratica”.

Andrea: “Il valore del nostro ruolo risiede nell’avanguardia del progetto, si tratta di una risposta nuova a interrogativi e problemi concreti e presenti da tempo, frutto del continuo mutare del mondo in cui viviamo. Il modo in cui avviciniamo gli utenti al museo e alla cultura è mettere questa al servizio della persona. Il patrimonio culturale non è solo un insieme di conoscenze vacue da conoscere per cultura personale. Tutte le discipline umane aiutano a rispondere a interrogativi e a ragionare su questioni che sono comuni a tutti, ed è in questo che risiede, a mio parere, il loro valore più concreto”.

Cosa state imparando dal lavoro nei quartieri? quali i bisogni emersi, soprattutto delle fasce più giovani?

Federica: “Finora ho notato che la necessità sempre più pressante sia quella di poter avere stimoli diversi rispetto al quotidiano. A causa del periodo che stiamo vivendo i ragazzi hanno bisogno di “altro”, quest’altro è sicuramente il bisogno di ritornare a relazionarsi con gli altri in modo diretto ma di farlo anche in contesti e modi diversi. Inaspettatamente rispetto a ciò che si potrebbe pensare, vedo che i ragazzi iniziano proprio in questo frangente storico a iniziare a considerare e sentire il patrimonio culturale come il contenitore e il contenuto possibile per soddisfare questa necessità”.

Francesca: “Nelle fasce più giovani è emerso il bisogno di offrire esperienze educative stimolanti, la necessità di fare gruppo e costituire (o ricostituire) relazioni significative. I più e le più giovani hanno bisogno di spazi in cui confrontarsi tra di loro e con gli adulti, senza avere paura di toccare tematiche considerate generalmente scomode”.

Andrea: “Anche per me il bisogno più grande che vedo è il bisogno di stimoli diversi. I ragazzi hanno bisogno di ascoltarsi e mettersi in contatto con loro stessi e con gli altri. Hanno bisogno di uno “spazio” in cui possano ragionare razionalmente, criticamente, ma soprattutto emozionalmente su loro stessi e su ciò che hanno davanti, senza essere giudicati”.

 Perché è così importante portare il Museo fuori dal Museo?

Federica: “Generalmente i Musei non sono considerati spazi accoglienti, sono spazi controversi e in essi si palesa ancora una disgregazione sociale rispetto a chi frequenta e chi non frequenta questi luoghi. Portare i Musei fuori dai Musei è un processo che va affrontato per abbattere prima di tutto questi confini, pregiudizi e limiti che queste Istituzioni ancora possiedono e a causa dei quali il patrimonio che essi contengono non è ancora percepito come proprietà della società nella sua interezza. é un lavoro complesso e lungo e per attuarlo bisogna agire su entrambi i fronti: il museo stesso e ciò che è fuori dal museo”.

Francesca: “È importante per abbattere quelle disuguaglianze sociali che inevitabilmente si creano a partire da condizioni di partenza differenti. Il museo essendo un’Istituzione pubblica si deve fare carico di tale situazione e cercare di offrire una proposta che abbatta le disuguaglianze, altrimenti non assolve le sue reali funzioni di educazione, diffusione della conoscenza e coscienza civica, benessere della persona”.

Andrea: “L’importanza del museo fuori dal museo sta nel fatto che esso come Istituzione in epoche non troppo lontane tendeva sempre a chiudersi in se stesso, luogo di cultura alta ed elitaria adatta solamente ai colti e addetti ai lavori. Non c’è niente di più errato, se si allontanano le persone dal patrimonio culturale che a esse appartiene le si allontana dalla società di cui fanno parte. Per questo il museo deve rompere con questa idea residua del suo passato e aprirsi a tutti indiscriminatamente”.

Qual è la cosa che fino ad ora vi ha colpito di più di questa esperienza? Cosa porterete a casa?

Federica: “Non dare nulla per scontato. È una frase banale, lo so, ma penso si adatti bene all’esperienza che ho vissuto e di cui ancora continuo a far tesoro”.

Francesca: “Mi piace la modalità di approccio che ha il progetto MIA e che spero riusciremo a trasmettere: considerare la cultura, l’arte, le forme materiali davvero come significative per la nostra vita e il nostro presente. Un’opera è piccolo mondo che può contenere infinite storie. Mi ha colpito fin dalla formazione la grandezza e varietà del patrimonio di tutta l’istituzione Bologna Musei”

Andrea: “La speranza e la fiducia che viene riposta nella nostra figura professionale da chi in questo campo lavora già da anni. Immagino sia prezioso e rassicurante per qualcuno che lavora da tempo nell’ambito della cultura vedere finalmente uno sforzo concreto nel realizzare ciò che questo progetto rappresenta”.

Cosa vedete domani quando riapriranno le porte dei Musei?

Federica: “L’inizio di tutto questo, che stiamo a piccoli passi provando a costruire”.

Francesca: “Personalmente vedo precarietà e confusione. Non è detto che le persone abbiano voglia di visitare le collezioni permanenti nella loro città. Ma d’altra parte può essere finalmente un luogo in cui ritornare e da riscoprire. Certo è che i musei devono essere pronti per proporre qualcosa, che sia una modalità di benvenuto e ben ritrovati per i loro visitatori e visitatrici, un piccolo evento, un segno da lasciare all’interno, bisogna inventarsi qualcosa”.

Andrea: “La speranza è che ci sia la voglia di riscoprire se stessi e i luoghi che si vivono con entusiasmo e partecipazione”.

Intervista di Silvia Santachiara

Qui trovate l’intervista ad Anna Caratini, Presidente di “Senza titolo” srl e affidatario – insieme a Aster e Tecnoscienza- dei Servizi educativi e di Mediazione culturale di Istituzione Bologna Musei. L’avevamo raggiunta questa estate per farci raccontare come stava procedendo il progetto.

Qui la scheda del progetto M.I.A – Musei Inclusivi e Aperti